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Verga e l'Italia

Verga e l'Italia

Nei Sassi di Matera...

A Milano Giovanni Verga arrivò, dopo un soggiorno a Firenze, nel 1872, per avere maggiori opportunità di lavoro e contratti più favorevoli dagli editori. La decisione di trasferirsi fu presa dopo la pubblicazione di “Storia di una capinera”, nel 1870. Nella “capitale morale” e della Scapigliatura si ambientò molto presto, partecipò alla vita dei salotti di Vittoria Cima e della contessa Clara Maffei; frequentò con l’amico conterraneo Luigi Capuana, autore tra l’altro de “Il marchese di Roccaverdina…, Arrigo Boito, Giuseppe Giacosa…; ebbe relazioni amorose con belle signore appartenenti alla borghesia imprenditoriale, come Paolina Greppi e Dina de Sordevole…; andò spesso alla Scala e fu assiduo del Biffi, il ristorante che il 15 settembre del 1867 accolse Vittorio Emanuele II in visita alla Galleria a lui intestata, appena realizzata dall’architetto bolognese Giuseppe Mengoni; incontrava gli Scapigliati, e scriveva. Aveva già dato alla luce “Tigre reale” ed “Eros”, che avevano avuto un buon successo; “Storia di una capinera” ed “Eva”; poi una accolta di novelle, “Vita dei campi”, e, presso la casa editrice Treves, il suo capolavoro: “I malavoglia”, che apriva il ciclo dei vinti. Nel 1883 pubblicò le “Novelle rusticane” e “Per le vie” ambientate nel capoluogo lombardo. Quindi eccolo al Teatro Manzoni, con il testo teatrale “Dal tuo al mio”, che però non fu molto applaudito. Da una novella di scene popolari milanesi (“Il canarino del numero 15”) ricavò una commedia in due atti, “In portineria”, recitata per la prima volta al Manzoni il 16 maggio 1885 dagli attori della compagnia Nazionale Olga Lupo ed Enrico Reinach e poi ripresa da Eleonora Duse. Un’attività fervida in una città che lo aveva catturato subito con i suoi splendori e con le sue miserie, i suoi sconfitti e i suoi vincitori; “la città più città d’Italia”, come scrisse in occasione dell’Esposizione Nazionale del 1881. Verga si guardava attorno, analizzava la società e i suoi mali; raccontava le storie dei disperati: la donna che assume il veleno per amore; la ragazza che chiusa in convento contro la sua volontà muore per scoramento… Nel ’74 scrisse a Capuana: “Io immagino te che venuto improvvisamente dalla quiete tranquillità della nostra Sicilia, te artista, poeta matto, impressionabile, nervoso come me, a sentirti penetrare da tutta questa febbre violenta di vita in tutte le sue ardenti manifestazioni”: una vita tumultuosa che pure non poteva non affascinare anche per le “misteriose ebrezze del lavoro”. Nonostante tutto, lo scrittore amava Milano e conosceva virtù, figure, fatti, situazioni; e annotava: “Lo spettacolo grandioso di un tramonto bisognava andare a vederlo in piazza d’Armi, su quella bella spianata”, che ora non c’è più; e “Tutte le sue bellezze, tutte le sue attrattive sono nella sua vita gaia ed operosa, nel risultato della sua attività industre”. A Milano Giovanni Verga abitò in piazza della Scala, in corso Venezia, in via Turati (allora Principe Umberto), via Brera, via Borgonuovo 1, case prive di eccessi e bene ordinate come il suo carattere; alle pareti oli e oleografie, fotografie di amici e di eleganti e seducenti signore, il caminetto, un orologio a pendolo… I suoi locali preferiti, oltre al Biffi, il Cova e il Savini, dove, come scrisse Gaetano Afeltra in “Milano amore mio” ogni pranzo e ogni cena consacra le visite nella capitale ambrosiana (è il ristorante che, battezzato nel 1867, “straripa un po’ nella Galleria stessa, estate e inverno, con il suo ‘dehors’ a vetri, secondo un certo gusto parigino…”). Dalla sua abitazione di corso Venezia, a una certa ora del pomeriggio, usciva per la sua solita passeggiata in centro. Fisicamente prestante (“l’era un bel om” e le donne se lo sarebbero conteso volentieri), dice Alberto Lorenzi, sostava per ammirare le caratteristiche dei palazzi, ma anche la vita quotidiana, i personaggi che incontrava, seguendo l’urgenza dello scrivere e la voglia del fare “in mezzo a codesta folla briosa, seducente, bella che ti gira attorno…”, che suscitava il bisogno di isolarsi come se si fosse in una solitaria campagna. E nacque il libro “Per le vie”, dodici novelle edite da Treves e oggi dalla Libreria Milanese, dove il maestro del Verismo osserva con una certa indulgenza propria di chi non si ferma all’apparenza, al contrasto tra il ricco e il povero; ai fastigi della Milano-bene e all’alterigia della borghesia, alla condizione avvilente degli emarginati. Va oltre. Nella prefazione dell’edizione della Libreria Milanese si afferma che “entrambe le classi, al di là delle condizioni economiche, sono vittime di un destino umano incomprensibile e di un momento storico che di lì a qualche anno maturerà, gettando in una crisi profonda l’intero tessuto sociale”. Primo capitolo del volume, da cui trasse un atto unico per il teatro, “Il Bastione di Monforte”, dove “nel vano di una finestra si incorniciano i castagni d’India del viale, verdi sotto l’azzurro immenso - con tutte le tinte verdi della vasta campagna – il verde fresco dei pascoli prima, dove il sole bacia le frodi (“torrente montano: n. d. a.)”; più in là l’ombra misteriosa dei boschi. Fra i rami che agita il venticello s’intravvede ondeggiante un lembo di cielo, quasi visione di patria lontana…”. Improvvisamente compare una coppia furtiva, lei a capo chino, “segnando i passi coll’appoggiare cadenzato dell’ombrellino, e l’ondeggiamento carezzevole del vestito attillato che il sole ricama di bizzarri disegni, mentre l’ombre mobili delle fronde giuocano sul biondo dei capelli e sulla nuca bianca come rapidi baci che la sfiorano tutta. Ed egli le parla gesticolando, acceso dalla sua parola istessa che gli suona innamorata. A un tratto levano il capo entrambi al sopraggiungere di un legno che va adagio, dondolando come una culla, colle tendine chiuse; e la giovinetta si fa rossa, pensando alla penombra azzurra di quelle tende che addormentò le sue prime ritrosie…”. E prosegue imbattendosi in un vecchio che andava curvo per la sua strada e alzava il capo soltanto per vedere se la giornata gli avrebbe dato il sole… Nel capitolo “In piazza della Scala” si fanno quattro chiacchiere coi compagni per iscacciare il sonno e i cavalli dormono col muso sulle zampe. Ma quando arriva l’altro (cioè l’inverno: n.d.a.) “l’è duro da rosicare per i poveri diavoli che stanno a cassetta ad aspettare una corsa di un franco con le redini gelate in mano, bianchi di neve come la statua dal barbone, che sta lì a guardare in mezzo ai lampioni, coi suoi quattro figlioletti attorno…”. Restano tante belle pagine su Milano. Ne scrisse anche Capuana.
Sulla Galleria, per esempio: “E’ il cuore della città. La gente vi si affolla da tutte le parti, continuamente, secondo le circostanze e le ore della giornata, e si riversa dai suoi quattro sbocchi, stavo per dire nell’aorta e nelle arterie nel grande organismo, tanto la sua rassomiglianza colle funzioni del cuore è evidente”. Il Verga, sigaro “virginia” tra le labbra, sguardo profondo, baffi cosacchi, moderato nei gesti e nelle parole, calligrafia minuta e nobile, considerato il gentiluomo di Sicilia, rispettato e rispettoso, amici, oltre a Giacosa, Rovetta, Torelli-Viollier, Leone, scriveva sempre in piedi con i fogli appoggiati su un leggio. Aveva anche la passione segreta della fotografia, scoperta nel 1966 quando Giovanni Garra Agosta ricevette dal nipote dello scrittore circa 500 lastre e pellicole, materiale successivamente donato al Museo Immaginario Verghiano di Vizzini, e in seguito oggetto di una mostra itinerante in Italia, che ha riscosso notevole successo. In quelle foto scorrono una varietà di personaggi del mondo pastorale: mezzadri e contadini; e amici dell’autore, compresa una bambina alla finestra. Ma Verga puntò l’obiettivo anche su alcune città dell’amata Lombardia, da Como a Mendrisio, da Intra a Bormio. Il gentiluomo di Sicilia lasciò la città ambrosiana nel 1893, tornando, vecchio e stanco, nella sua Catania, dove, durante quei vent’anni era spesso tornato.